Il mondo o niente http://www.ilmondooniente.com Thu, 31 Jan 2019 09:29:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 XENOFEMMINISMO: UN MANIFESTO IMMANENTISTA http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/xenofemminismo-1280/ http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/xenofemminismo-1280/#respond Thu, 31 Jan 2019 09:16:17 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1280 Read the postXENOFEMMINISMO: UN MANIFESTO IMMANENTISTA]]> FERRUCCIO MAZZANTI

Helen Hester, Xenofemminismo, Nero, 2018, pp. 170, € 15,00.

Ho letto Xenofemminismo con un misto di curiosità filosofica e scetticismo epistemologico, in un rapporto di proporzione inversa dove ha prevalso lo stupore di fronte a un impianto essenzialmente contraddittorio, ma di cui non posso che condividere a pieno la concezione universalista.

Inizialmente ho faticato a entrare nel regime di senso che il libro di Helen Hester imponeva, tuttavia la ricorsività delle delucidazioni linguistiche e concettuali rende il saggio (o il manifesto) facilmente comprensibile dopo pochi paragrafi.

Innanzi tutto Hester appartiene al movimento Laboria Cuboniks, che assume come punto di partenza una presa di posizione anti naturalista: se la natura è ingiusta, cambiala. Una tale incuria ontologica inizialmente ha determinato in me un certo scompenso etico e morale, dato che il normativismo deontologico in cui spesso definisco parte delle mie personali credenze per quanto riguarda le questioni di natura biologica strideva con un’affermazione così netta di utilitarismo dell’atto nel senso più libertario del termine. Tutto questo soprattutto di fronte all’affermazione secondo cui tale cambiamento sarebbe giustificato dal progresso tecnologico, idea che risvegliava in me i timori delle mostruosità scovate nel dark web o l’orrore concettuale perpetrato dal transumanesimo o pseudoreligioni affini. Tuttavia la Hester continuava nella sua concettualizzazione al di là delle mie più cupe perplessità, esplicitando una certa affinità col pensiero di Donna Haraway, sebbene la struttura teoretica dello xenofemminismo debba essere considerata un estremismo immanentista di stampo post strutturalista e senza dubbio post decostruzionista (oddio da quanto è che non scrivevo queste parole imparate all’università e quanto mi sto divertendo). A dimostrazione di ciò il paradigma tecnologico usato come modello epistemologico e ideale di riferimento per il funzionamento del sistema sovversivo proposto è quello dell’open source e peer-to-peer, piuttosto che delle follie transumaniste, sebbene un certo pericolo nei confronti di un pendio scivoloso di jonasiana memoria non possa mai essere del tutto scongiurato.

Inoltre la contestualizzazione del sistema sanitario statunitense, radicalmente differente rispetto a quello europeo e in particolare a quello italiano, mi hanno permesso di inquadrare in modo più adeguato il fine universalista e rizomatico a cui Hester mirava. In sostanza un sistema open source è un sistema che permette a chiunque di controllare e modificare il codice con cui è realizzato. Se consideriamo il sistema sanitario una forma di controllo delle pratiche possibili eseguibili su un corpo umano (dalle xenofemministe inteso quasi come una piattaforma sperimentale) la strada più percorribile per scardinare la sorveglianza del sistema stesso, considerato come un sistema operativo closed source, è appunto forse quella di bypassarlo con la creazione di un piano di immanenza sanitario il cui funzionamento è demandato a una rete di competenze capaci nel lungo periodo di correggere gli errori del piano di immanenza stesso proprio grazie alla sua natura open source e peer-to-peer. Rimane certo ancora da spiegare come possa essere accettato lo sperimentalismo biologico di un Paul B. Preciado in quanto paradigma per una liberazione dai sistemi di controllo del potere sul bios, e come i possibili errori di tale sperimentalismo possano anche implicitamente essere giustificati di fronte al perfezionamento futuro del sistema alternativo creato dall’open source, tuttavia lo xenofemminsmo mantiene pur sempre un proposito politicamente credibile, in particolar modo quando si affrontano questioni che rimandano ai generi sessuali. Verrebbe da dire, a mio giudizio insieme a Helen Hester, che sia necessaria una vera e propria liberazione e forse una vera e propria rivoluzione della concezione che la contemporaneità persiste a difendere nella differenziazione dei sessi. Dovremmo tutti quanti lottare con le xenofemministe per affrancare l’umanità da un medioevo politico che usa il proprio potere per imporre la propria visione dell’identità non solo sessuale.

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L’ORDINE È DENTRO DI TE. E PERÒ È SBAGLIATO http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/lordine-e-dentro-di-te-e-pero-e-sbagliato/ http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/lordine-e-dentro-di-te-e-pero-e-sbagliato/#respond Tue, 22 Jan 2019 11:38:52 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1276 Read the postL’ORDINE È DENTRO DI TE. E PERÒ È SBAGLIATO]]> GIOVANNA DADDI

Non starò a dirvi chi è Marie Kondo e cosa ha scritto, perché, in questo preciso momento, credo lo abbiano appreso anche le tribù aborigene che non hanno contatti con il mondo. Ma vi dirò invece cosa penso, sempre che vi interessi e ammesso che la cosa sia di una qualche rilevanza, di questo nuovo fenomeno mediatico. Avevo sentito parlare di una piccola giapponese che entrava in casa della gente e rimetteva a posto le loro case, al motto di «riordino è vita», «liberatevi del superfluo» eccetera eccetera. Appurato oltre ogni ragionevole dubbio che non si trattava di un sequel mascherato di Ringu (forse purtroppo, devo dire), ho premuto il tasto play della prima puntata della serie disponibile su Netflix. E posso dire di essere rimasta sconvolta. Sicuramente dal doppiaggio, imbarazzante, sicuramente dalla ripetitività esausta del format, in cui gli unici a cambiare sono i malcapitati accumulatori che espongono le proprie case al pubblico ludibrio. Ci ho visto tutta la gamma delle storture della nostra civiltà decadente. Quando poi ho appreso che la Kondo sostiene che non si debbano possedere più di 30 libri e buttare tutti quelli in eccesso, allora la mia natura si è rivoltata, la cosa per me ha preso i connotati di una sfida culturale. Qualcosa di più di una semplice recensione negativa a un format fatto male.

La nostra civiltà è in piena decadenza, per motivi ben più gravi di una smania per il tidying up intendiamoci, e con sintomi molto più allarmanti. Ma questa è una spia ulteriore. Le persone accumulano, indiscriminatamente, e il problema è che accumulano cose di pessimo gusto, quantità esuberanti di uno stesso oggetto e lo fanno nella più totale inconsapevolezza di essere schiavi di un sistema consumistico che non lascia scampo. Di questo sistema, il fenomeno «ti insegno io a riordinare» è parte integrante. Perché riordinare è uno dei gesti quotidiani più normali e insignificanti, da sempre. «Riordina la tua stanza» è un mantra dell’adolescenza che tutti ci siamo sentiti ripetere infinite volte. Tutti noi riordiniamo, di tanto in tanto, e facciamo anche mucchi di cose da buttare via, senza che Marie Kondo ce lo abbia spiegato. Pensa un po’. Ma se questa attività diventa un fenomeno di massa socioculturale, allora abbiamo un problema. Far diventare qualcosa ciò che è assolutamente niente. Che è poi il mood prevalente della società mediatica.

Il fatto che, dopo aver visto alcune puntate della serie, mi sia ritrovata in un face to face ansiogeno con il mio armadio, peraltro non dei più disordinati, la dice lunga sul potere del condizionamento. Una normale attività di economia domestica non deve diventare una specie di nevrosi collettiva né dovrebbe assurgere a filosofia di vita: l’ordine è un concetto assai soggettivo. Ognuno sa come e dove tenere le proprie cose. L’ordine è dentro di noi, oppure non lo è, e va bene lo stesso. È inoltre necessario non confondere, e anzi tenere ben distinti, il disordine e l’accumulo. Il disordine è una cosa, l’accumulo, che rende a un certo punto obbligatorio un intervento per necessità di spazio di sopravvivenza, è un altro. Trattarli come se fossero uno stesso problema è sbagliato: il disordine si risolve semplicemente vincendo la pigrizia e mettendo a posto, ognuno con il proprio metodo e con l’importanza che ognuno dà alle proprie cose; la tendenza all’accumulo è un disturbo ossessivo compulsivo che va affrontato e curato da un professionista.

Io rivendico il mio diritto sacrosanto di possedere centinaia di libri, di averli appoggiati un po’ ovunque perché non entrano più nella libreria. Rivendico il diritto a non volere assolutamente disfarmi dei miei ricordi e non volerli affatto quantificare. Rivendico il mio diritto a dare un’importanza del tutto diversa ai libri e ai detersivi, alle fotografie e alle magliette del discount. E non ho nessuna intenzione di inginocchiarmi sul pavimento ringraziando la casa. Se avete visto anche una sola puntata, capite di che parlo: l’ansia sale immediatamente come uno tsunami, lei entra in casa sorridendo e già il battito si accelera, la lingua si secca, mentre va in giro e guarda, guarda il casino folle che certa gente riesce a combinare, l’accumulo psichiatrico e la totale disorganizzazione dello spazio. Chiaro che hanno bisogno di riordinare, ma hanno, prima di tutto, bisogno di un po’ cultura, di un arredatore e di qualcuno (uno psicologo?) che gli spieghi che l’accumulo compulsivo è un disturbo e si cura. La causa e l’effetto sono invertiti concettualmente e questo provoca un pericoloso corto circuito: una persona accumula perché sa che tanto prima o poi arriverà qualcuno a intimargli di riordinare il garage e butterà via tonnellate di cose; nel frattempo avrà speso molti soldi inutilmente e avrà generato inquinamento con le sue tonnellate di cianfrusaglie. C’è davvero bisogno di un metodo di riordino? Soprattutto se esso consiste, se pur con un sacco di moine, nel buttare ciò che non usi più e nel ripiegare e suddividere gli oggetti in base alla categoria e all’uso. E grazie al cazzo. Qualcuno di voi mette i calzini in frigorifero o tiene le pentole nel bagno? Ditemi, vi prego, sono curiosa.

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ALCUNE COSE SU BATTISTI http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/alcune-cose-su-battisti/ http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/alcune-cose-su-battisti/#respond Thu, 17 Jan 2019 11:37:27 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1264 Read the postALCUNE COSE SU BATTISTI]]> RAFFAELE NENCINI

Se si fa eccezione per la galassia dei memers e per qualche voce nel deserto, il grado di tossicità cui sembra essere giunta la società italiana in questi ultimi giorni rende difficile scrivere d’altro che non sia il tanto discusso caso Battisti. Rende anche difficile scrivere qualcosa di particolarmente originale, ben inteso, tanto è lo sconforto che mi parrebbe già un risultato riuscire ad affermare chiaramente alcuni concetti fondamentali. Da posizioni del tutto marginali nel dibattito, si è tentato di evidenziare la necessità di una riflessione storica condivisa sul decennio Settanta, la cui condizione di necessità sarebbe, inevitabilmente, l’amnistia per i condannati di quei reati. Tra coloro che hanno esposto questa idea sicuramente una delle figure più note è Christian Raimo, la cui pagina facebook pullula di insulti e rende difficile immaginare un clima in cui si potrebbe imporre questo discorso. Tuttavia è un discorso necessario: se quei reati furono reati politici, legati a una stagione di conflittualità sociale aperta, a una guerra civile a bassa intensità, archiviata quella stagione occorre elaborare la vicenda collettivamente, che poi è la funzione della storia come disciplina, e condizione necessaria per farlo è l’amnistia; se quei reati non furono reati politici, ma semplici reati comuni, non si capisce il ricorso alla legislazione speciale, il pentitismo, l’uso massiccio alla carcerazione preventiva. In questo senso, tra le cose che ho letto, a me pare che il contributo più lucido rimanga un vecchio articolo scritto da Giorgio Agamben più di venti anni fa per il manifesto, che nelle ultime ore ha avuto la sua circolazione e si trova anche qui.

Il testo è molto chiaro e dilungarmi nella sua parafrasi mi sembrerebbe un’idea ridicola, persino per queste colonne. È però forse possibile notare come, trascorsi più di venti anni dalla sua pubblicazione, il problema abbia acquisito, parallelamente all’avanzare della crisi della nostra democrazia nuove e più inquietanti connotazioni. Intendiamoci: scrivendo “avanzare della crisi della nostra democrazia” non voglio certo immaginare una progressione da 0 a 1, dove 0 corrisponderebbe a un passato in cui si poteva riscontrare una condizione di effettiva democrazia e 1 un presente in cui si esperisca una condizione di democrazia in crisi. L’intera storia repubblicana è attraversata, fin dai suoi albori, da aperte tensioni antidemocratiche e reazionarie. La strage di Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947, dovrebbe bastare da sola a sbugiardare chi volesse sostenere il contrario. E, del resto, la continuità amministrativa dello stato fascista nella repubblica è un tema ben noto a chiunque abbia frequentato un qualsiasi corso di storia dell’Italia repubblicana.

La nostra è sempre stata una democrazia in crisi, in cui all’atto pratico la rappresentanza politica si è quasi sempre fondata sull’inclusione solo parziale, o sulla effettiva esclusione, di vari soggetti collettivi. E questo è uno dei nodi problematici che stanno dietro alla lotta armata in Italia. Ma la crisi di questa democrazia è ormai giunta a uno stadio talmente avanzato da chiedersi se e in che misura possa regredire. Se nel 2005 era ancora possibile far circolare un appello per l’amnistia, ormai siamo obbligati a constatare come praticamente nessuno nelle istituzioni e tra i media sembri porsi il problema di salvare le apparenze della civiltà giuridica borghese, secondo cui la pena dovrebbe tendere, dice l’articolo 27 della costituzione italiana, «alla rieducazione del condannato». Quale “rieducazione” può mai avere chi deve scontare un ergastolo?

Questo il commento rilasciato su Twitter dal ministro dell’interno al momento della cattura di Battisti: «Finalmente l’assassino comunista torna nelle patrie galere. Sono 37 anni che aspetto questo giorno, ci sono voluti 37 anni per vedere qui questo balordo che mi sembrava sogghignante nonostante i morti che ha sulle spalle. Spero di non incontrarlo da vicino. Chi sbaglia paga. Finalmente finirà dove merita un assassino comunista, un delinquente, un vigliacco. Una bella soddisfazione, marcirà in galera. È un giorno memorabile per l’Italia». Martedì mattina, La Nazione accompagnava la foto di Battisti in manette con questo titolo: «Fine pena mai». Gli esempi potrebbero continuare molto a lungo, e non mi voglio soffermare sulla moda allarmante dei ministri cosplayer delle forze dell’ordine. Ma una cosa va detta: questo dato di consenso reale che calpesta le fondamenta della costruzione liberale, che attaccando Cesare Battisti sembra voler colpire Cesare Beccaria, che a tratti sembra porre le basi di uno stato di polizia, è il portato del cortocircuito avviato quaranta anni fa tra reati comuni e reati civili e della supplenza politica e storiografica che allora la magistratura ha iniziato ad esercitare. Ed è, a mio avviso, la più clamorosa dimostrazione della necessità di storicizzare quanto avvenuto nel decennio Settanta.

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IL LAVORO ECOAUTONOMO: VOGLIO SOLO ANDARE AL MARE http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/il-lavoro-ecoautonomo-voglio-solo-andare-al-mare/ http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/il-lavoro-ecoautonomo-voglio-solo-andare-al-mare/#respond Wed, 09 Jan 2019 13:32:33 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1256 Read the postIL LAVORO ECOAUTONOMO: VOGLIO SOLO ANDARE AL MARE]]> CATERINA ORSENIGO

Lucia Bertell, Lavoro ecoautonomo. Dalla sostenibilità del lavoro alla praticabilità della vita, Eleuthera, 2016, pp. 192, € 15,00.

Come dice una celebre canzone di Massimiliano Loizzi, «io non voglio lavorare, voglio solo andare al mare, voglio solo andare al mare».

Ho letto per Il mondo o niente un libro di Lucia Bertell, uscito in realtà un paio di anni fa per Elèuthera ma ristampato nel 2018, che si intitola Il lavoro ecoautonomo e che parla per l’appunto del lavoro e del rapporto (inaridito ma in trasformazione) che abbiamo con lui.

Lei non la racconta così, ma è come una relazione d’amore, che sta finendo e deve cambiare forma. Un po’ come si riesce a immaginare più facilmente la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo, anche la fine del lavoro – la fine di una vita completamente sottomessa al lavoro – è difficile da concepire.

Ma nelle prime pagine Lucia Bertell mostra, in un breve excursus storico, come il lavoro non sia sempre esistito, quanto meno nei termini in cui lo conosciamo da tre secoli a questa parte. E già il fatto di sapere che c’è stato un prima, anzi diversi prima, aiuta a ridimensionare l’impressione di necessità astorica del lavoro stesso.

Nei capitoli successivi l’autrice riporta diversi casi, che sottolinea essere ormai sempre più numerosi, di persone che sono scivolate fuori, in un modo o nell’altro, da quella forma di lavoro opprimente e tentacolare, a cui siamo ormai abituati a donare la maggior parte delle nostre ore e in cui spesso ci è richiesto di donare anche quasi tutta la nostra anima. C’è chi, da una carriera accademica, di medico, di insegnante, di impiegato, ha voluto un giorno riprendere in mano la propria anima e il proprio tempo e ha scelto uno stile di vita necessariamente più semplice, certamente in parte duro perché poco remunerativo – ma insieme meno schiavo dei soldi – dove prevale però la soddisfazione per la qualità minuziosa e la cura, per il tempo lento del fare bene, con la propria fatica ma per il proprio piacere, con la gratificazione di veder riconosciuto il valore del proprio fare. C’è chi si è messo a coltivare zafferano, chi a riparare biciclette e chi a insegnare in una scuola libertaria.

Al desiderio di svicolare dai tentacoli del lavoro (in realtà vorrei scrivere lavoro salariato ma mi sento troppo vetero, e anche se Raffaele Nencini apprezzerebbe, preferisco tenere questo termine un po’ generico) – dicevo, al desiderio di svicolare dai tentacoli del lavoro si aggiunge, in tutte le esperienze raccontate, la necessità e l’impegno a uscire dai canali di vendita e distribuzione canonici – con i ritmi e gli “standard” che questi imporrebbero – per cercare metodi di scambio più diretti e umani.

Secondo Lucia Bertell, insomma, la transizione è già in corso. Forse ci sarà sempre chi avrà bisogno della stabilità di un lavoro 8 ore al giorno in cui spegnere il cervello, ma le vie d’uscita per chi lì dentro sta soffocando sono sempre di più, si organizzano e si sostengono vicendevolmente (pensiamo ai GAS, gli Alveari, i Woofer, Genuino Clandestino e così via), nel tentativo di vivere, produrre e consumare in maniera diversa – in maniera appunto “eco-autonoma” – sottraendosi alla velocità, all’inaridimento e il più possibile al mercato stesso, dimostrando in sordina alle Thatcher di tutti i tempo che un’alternativa c’è, anzi ce ne sono molte – basta soltanto spostarsi, eludere il discorso dominante (in silenzio, per non correre il rischio di essere risucchiati dal mercato, come già è successo al “bio” da supermercato, pace all’anima sua):

«In un momento storico in cui è necessario sostanziare la propria esistenza attraverso una serie di strategie comunicative utili a ‘brandizzarsi’ e crearsi un’immagine, la risposta ECOautonoma è di abbandonare questo campo di gioco. (…) L’unico modo di esistere è di non esistere», e ciò d’altra parte ti dà «una potenza creativa che questo tipo di sottrazione implica nel momento in cui apre uno spazio liminale, lasciando il posto a una riconfigurazione originale delle identità personali e dei legami sociali».

Nonostante alcune pagine in cui prevale un tono accademico un po’ pedante, intrecciato a volte a poche righe di distanza a quello al contrario sdolcinato di un certo “ecofemminismo”, e nonostante, aggiungerei, i tentativi sporadici poco pertinenti e insieme poco giustificati di legare a questo il discorso femminista, Il lavoro ecoautonomo ha il merito di uno sguardo perlopiù lucido e insieme ottimista su ciò che accade nelle maglie della società in questo schizofrenico momento storico, scovando tracce anarchiche e libertarie in pratiche non sempre consapevolmente politiche.

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I 10 LIBRI CHE ABBIAMO TENUTO IN BAGNO QUEST’ANNO http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/i-10-libri-che-abbiamo-tenuto-in-bagno-questanno-2/ http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/i-10-libri-che-abbiamo-tenuto-in-bagno-questanno-2/#respond Sun, 30 Dec 2018 14:31:06 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1234 Read the postI 10 LIBRI CHE ABBIAMO TENUTO IN BAGNO QUEST’ANNO]]> Anche quest’anno vi proponiamo una lista dei dieci migliori libri da tenere in bagno.

Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, Nottetempo, 2018, pp. 1088, € 35,00.

Tra i migliori libri del 2018, o quanto meno più importanti, non si può non nominare la Caduta del cielo. Già il titolo, se ci si ferma un istante a considerarlo, evoca un’immagine potentissima, archetipica, sconvolgente. La Caduta del cielo è la biografia di Davi Kopenawa, sciamano yanomami e portavoce dell’Amazonia brasiliana di fronte agli interessi bianchi del mercato: è la risposta della cultura indigena della foresta pluviale alla mano devastatrice dell’occidente – una cultura in grado di vedere comprendere e rispondere al disastro ambientale in atto, di mostrarci la caduta del cielo.

Fabio Genovesi, Il mare dove non si tocca, Mondadori, 2017, pp. 324, € 19,00.

«Da poco avevo scoperto che il mio babbo non era davvero Little Tony: si somigliavano come due gemelli, però uno cantava e l’altro aggiustava i bagni, senza darsi noia tra loro». Forse sta in questa frase l’essenza di Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi, in questa sottile e ironica delusione, in questa sensazione di incompiuto e di grandi speranze che si respira al mare, in certi posti, dove i villeggianti si alternano e i paesani restano, sempre lì, a conoscere le storie, a fare i presepi e ad aspettare il Natale. Dei grandi eventi arriva l’eco. Arrivano invece chiare e forti le piccole e immense scoperte individuali, di formazione, di agnizione e di crescita, come quando impari l’ingiustizia (e la lotta di classe) grazie a un bagnino che, dovendo scegliere a chi rompere un braccio, non lo rompe al bimbetto dell’industriale, ma a te, figlio dell’aggiusta bagni e bocciolo di una famiglia meravigliosamente squinternata. E tu impari a nuotare.

Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare mosche, Iperborea, 2015, pp. 218, € 16,00.

Nessuna persona sensata si interessa alle mosche. Da questo presupposto Fredrik Sjöberg inizia un percorso di conferma pratica dell’inutilità della catalogazione scientifica delle mosche, che in realtà si trasforma lentamente e progressivamente in un poetico omaggio alla lentezza, costruito tramite la descrizione delle vite di personaggi al culmine del romanticismo, i quali hanno vagato sulla terra con in mano un retino e l’appassionata e quasi ottusa pazienza per catturare le mosche. Un libro delicato e profondo come solo uno svedese è capace di essere, che cresce pagina dopo pagina fino a diventare un apoteosi della non azione.

Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet, Quodlibet, 2018, pp. 382, € 15,00.

Quodlibet ha ripubblicato, con una postfazione di Ermanno Cavazzoni, il grande romanzo incompiuto di Flaubert: Bouvard e Pécuchet, l’apologo sulla stupidità umana, o meglio sull’idiozia della civiltà borghese. Capolavoro attraversato una spietata amara ironia, aveva attratto l’attenzione (tra gli altri) di Edward Said che nella acritica reiterazione di idées reçues perpretrata dai due protagonisti vedeva un paradigma del moderno orientalismo (ovvero dell’immagine europea dell’Oriente). Lo consigliamo appassionatamente a coloro che amano le buone letture, sia perché trattasi di testo notevolissimo sia perché proprio chi ama le buone letture si espone al rischio idées reçues.

Kazuo Kamimura, Una Gru infreddolita. Storia di una Geisha, 2016, J-Pop, € 14,00.

Difficilmente si può trovare un manga con la capacità di mischiare il profondamente triste e il profondamente felice in una vignetta singola, figuriamoci poi in tutte le strisce, figuriamoci poi in tutto il volume. Seguire l’infanzia di questa minuta Gru infreddolita è al contempo straziante e un momento di grande gioia. Le sue piccole avventure descritte con un approccio che ricorda il posizionamento della cinepresa nei capolavori cinematografici di Ozu ci riportano su un piano perfettamente quotidiano, quasi del tutto esclusivamente terreno e da quella bassezza Kamimura fa fiorire una poeticità indimenticabile.

Maestro Severino. Quello che ci ha insegnato Cesari, a cura di Giacomo Papi, Belleville, 2018, pp. 336, € 19,00.

Questo libro parrà forse un intruso nel nostro bilancio di dieci titoli da consigliare tra le letture del 2018. Si tratta, in fondo, di una pubblicazione d’occasione, un’opera di scarsa importanza. Se tuttavia si pensa, come una volta scrisse Eugenio Garin, che non si possa fare «storia della cultura senza fare storia dell’editoria», si comprenderà allora tutto il valore che il volume ha assunto ai nostri occhi. Severino Cesari, inventore delle pagine culturali del manifesto e fondatore insieme a Paolo Repetti di Einaudi Stile Libero, è probabilmente stato l’editor più importante degli ultimi vent’anni di lettaratura italiana. Dal libro traspare non soltanto il lavoro condotto da Cesari su molti dei principali romanzi italiani del tempo presente, ma anche e soprattutto un’idea nitida di cosa debba essere il lavoro editoriale in un’epoca in cui sono cadute le distinzioni tra cultura alta e cultura bassa, tra pop e accademia: un lavoro da condurre Con molta cura. Che poi è il titolo del suo ultimo libro.

Clément Chéroux, L’errore fotografico. Una breve storia, 2009, Einaudi, pp. 145, € 22,00.

Questo piccolo saggio di estetica della fotografia è un piccolo capolavoro di teoria dell’arte. Chéroux ripercorre la storia degli errori, dall’inquadratura all’esposizione agli incidenti di percorso fino alla goffa tecnica dei neofiti, per mostrare come tutti questi elementi siano stati integrati e riutilizzati dall’avanguardia artistica, dalla pubblicità e dalla moda per produrre immagini capaci di determinare un senso ben oltre la mera e scolastica immagine che nascerebbe da una pedissequa esecuzione da manuale di un professionista della fotografia. Questo elogio dell’errore si trasforma quindi non in una provocazione, ma in una categoria estetica. La cosa che più impressiona di Chéroux è il suo tono serissimo che però fa scaturire una risata profonda e vera: si tratta di un intellettualismo comico che tanto manca qua in Italia, ovvero di una risata non fine a se stessa che produce cultura.

Ishai Sarid, Il terzo tempio, Giuntina, 2018, pp. 248, € 17,00.

Il terzo tempio, dell’autore israeliano Ishai Sarid, racconta il confine labile tra la sensazione forse condivisa di frammentazione, disorientamento, mancanza di certezze e di qualcosa in cui credere e l’esplodere del fanatismo religioso o (e) politico che scaturisce da quel cieco bisogno di leggi, narrazioni, limiti e credenze. Lo fa immaginando l’ascesa e la rovina di un fanatico israeliano che, convinto di essere guidato dalla voce divina, approfitta della debolezza delle città più aperte e progressiste d’Israele per dar vita a un nuovo regno giudaico, autoproclamandosi re e sommo sacerdote, riconducendo il suo popolo al culto antico del Tempio, tornando a versare sull’altare il sangue dei sacrifici e a osservare alla lettera la parola di Dio. Un romanzo coinvolgente, di grande intelligenza – e addirittura scritto molto bene.

Mark O’Connell, Essere una macchina, Adelphi, 2018, pp. 260, € 19,00.

Finalmente qualcuno che abbia il coraggio di dire come stanno le cose nel rapporto tra macchina e organico. O’Connell realizza una specie di reportage sul transumanesimo, ovvero quella corrente filosofica (per così dire) che sogna di trasferire l’anima umana dentro a dei computer, seguendo diversi step di robotizzazione. Ne esce fuori il ritratto di una sorta di religione cybernetica non molto dissimile da una concezione religiosa classica, ma che in realtà si dimostra una realistica immagine del mondo contemporaneo, con tante ombre e quasi nessuna luce.

Jason Lutes, Berlin. Vol 3. La città della luce, Coconino Press, 2018, pp. 176, € 17,00.

Quest’anno è uscito il terzo e ultimo volume di Berlin, la corposa graphic novel di cui ci innamorammo fin dalla sua prima tavola apparsa in Italia diversi anni fa per Coconino Press. Si conclude in questo episodio il cupo affresco sulla fine dell’esperienza di Weimar e la contestuale ascesa del nazismo. Regge l’impianto del romanzo storico, in cui si intrecciano le vicende dei singoli personaggi e la grande narrazione della storia d’Europa, avviata inesorabilmente verso la catastrofe. Esemplare è la coerente costruzione psicologica dei vari personaggi: pur nelle diversità che li contraddistinguono, protagonisti e comprimari sembrano ormai nutrire sempre meno speranze nei confronti della lotta politica o culturale e cercano una via di fuga che ormai pare tanto più velleitaria quanto più è individuale. Notevolissima, come del resto ne i due precedenti volumi, la composizione delle tavole.

 

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OVUNQUE SULLA TERRA DEGLI UOMINI http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/ovunque-sulla-terra-gli-uomini/ http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/ovunque-sulla-terra-gli-uomini/#respond Wed, 19 Dec 2018 10:47:30 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1219 Read the postOVUNQUE SULLA TERRA DEGLI UOMINI]]> FERRUCCIO MAZZANTI

 

Marco Marrucci, Ovunque sulla terra gli uomini, Racconti Editore, 2018, pp. 117, € 14,00.

Ho conosciuto Marco Marrucci all’università di Filosofia, dove indossava abiti forbiti e ricercati. Era magro e attento al linguaggio proprio come ora. Ci siamo persi di vista per qualche anno, anche se ci incontravamo in giro di tanto in tanto. Lui aveva sviluppato un modo di fraseggiare sempre più complesso ed era ininterrottamente molto magro. Negli ultimi mesi, grazie ad amici in comune, abbiamo fatto qualche partita a poker insieme, credo abbia vinto nel complesso più mani di me. Mai una parola fuori posto, appoggia le fiches sul tavolo con un’attenzione invidiabile, anche se a volte ragiona ad alta voce, rendendo il suo gioco più leggibile. Non disprezza bluffare, ma questo dona alle mani un andamento più incontrollato che sotto il suo registro linguistico così ben ponderato rende la sua presenza piacevole e il poker una complessa modulazione psicologica da teoria dei giochi. Spesso appoggia la testa sul palmo della mano sinistra quando attende il suo turno. Forse, ma non ci ho fatto caso, smangiucchia l’unghia del mignolo mentre osserva le carte. È molto rispettoso degli spazi altrui. Quando arriva, sempre in ritardo, ha una fase di ambientamento caratterizzata da una certa cautela, poi lentamente si scioglie, forse aiutato da qualche bicchierino di troppo. Non so quando sia nato, ma direi che sia del Capricorno: un controllo molto marcato e a tratti quasi freddo, ma sotto una brace in grado di produrre grosse vampate di calore. Deve aver fatto qualche lavoro dove gli hanno insegnato un certo distacco zen, una qual calma interiore che a volte ti destabilizza, anche se per una donna deve essere molto attraente.
Adesso posso tranquillamente confessare che sto fin dall’inizio parlando del suo libro, Ovunque sulla terra gli uomini, edito da Racconti Edizioni. Si tratta di dieci racconti che spaziano geograficamente e tematicamente dal poetico alla Mongolia, dal fiabesco al Marocco, dal filosofico ad Uppsala, toccando anche qualche elemento più prosaico a Melbourne (forse il racconto che ho preferito), andando così a creare una specie di atlante umano-spaziale-teorico piacevole al tatto, caratterizzato da un linguaggio molto lavorato, rifinito e talvolta letterario, senza mai cedere alla tentazione di una prosa involgarita, anche quando Marrucci abolisce la distanza, talvolta molto marcata fin quasi a un astrattismo poetico, tra voce narrante e fatti. Vi è come una sorta di lotta contro l’immanentismo che produce una tensione verticale tra i rapporti di forza presenti nelle sue strutture narrative tale da lasciare il lettore piacevolmente intrappolato nel bel mezzo dello spazio esistente tra significato e significante. È là in quello spazio che possiamo sentire che la sua scrittura non è solo una bella forma, ma che al suo centro vi è un qualcosa di indicibile che è caldo e sregolato, un qualcosa di dionisiaco che dona vita a tutto quanto il libro. Lo si legge velocemente, non solo per la lunghezza, ma anche per la piacevolezza della penna di Marrucci, ma nonostante questo la prossima volta sarò io a vincere più mani di poker.

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CATTELAN A SHANGHAI. SE LA COPIA PRECEDE L’ORIGINALE http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/cattelan-a-shanghai-se-la-copia-precede-loriginale/ http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/cattelan-a-shanghai-se-la-copia-precede-loriginale/#respond Fri, 14 Dec 2018 12:44:05 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1201 Read the postCATTELAN A SHANGHAI. SE LA COPIA PRECEDE L’ORIGINALE]]> SIMONE LISI

Dal centro di Shangai, sempre che il traffico non sia congestionato più di quanto lo sia ad ogni ora del giorno e della notte, sempre che si possa davvero parlare di centro per una città anamorfica e dai contorni indefiniti come è Shangai, in circa quaranta minuti si raggiunge il Yuz Museum. La corsa in taxi non costa che pochi yen.

 

Lo Yuz Museum si trova nella zona sud della città, vicino al fiume, in quella che si potrebbe definire la zona museale della città, sebbene anche scrivere questa semplice affermazione sembri ai miei occhi improprio o impreciso. Forse perché questi sono i sentimenti dominanti che provo raffrontandomi con Shanghai o forse perché nel momento in cui scrivo tale affermazione sta sorgendo un’altra zona museale, più nuova, in qualche altra parte della città, di cui io ignoro l’esistenza.

Lo Yuz Museum, che mi ha ricordato la Tate Britain, forse per la collocazione vicino al fiume o forse per una qualche tendenza verticale o per una sua certa eleganza, ha al suo interno semi sospeso nell’aria un cubo di terra in cui vi è piantato un albero. Che sia un olivo? Ho chiesto, ma nessuno dei giovanissimi ragazzi che lavorano alla biglietteria, ha saputo rispondere che albero fosse.

La mostra di Cattelan, The artisti is present, raccoglie al suo interno opere di oltre trenta artisti che affrontano il tema della copia. Vi sono anche due opere dello stesso Cattelan. Una è la riproduzione in scala della Cappella Sistina; l’altra è una serie di statuine che raffigurano alcune tra le opere più celebri di Cattelan stesso, come il Papa colpito dal meteorite, i due Cattelan che dormono sul letto, etc. Il set delle statuine ricorda a sua volta l’opera di Duchamp, Bôite en-valise. Le due opere di Cattelan mi sono sembrate emblematiche nel descrivere la sensazione generale della mostra: da un lato il livello ironico, che strizza l’occhio alludendo al fatto che queste opere hanno il vantaggio di essere facilmente trasportabili, la citazione; dall’altro un livello più profondo e forse vertiginoso: la copia come qualcosa che precede l’originale, la copia come copia della copia, la copia di se stesso come copia di qualcosa che non si conosce.

La mostra mi ha fatto una fortissima impressione, sebbene abbia una certa difficoltà a spiegarne il motivo.

Niente era particolarmente originale (sic), niente era qualcosa che non avevo mai visto in assoluto. Penso ad esempio alla borsa fatta di mattoncini lego, ai televisori in stile vaso Ming, alla parete di cartoline postali raffiguranti luoghi iconici di tutto il mondo che riportano però la scritta “Shanghai”, alla riproduzione di una toilette attraverso cui si deve passare, ai libri famosi stampati “a specchio”, nessuna di queste opere era “nuova” ai miei occhi di europeo con una minima esperienza di arte contemporanea, tuttavia vederle là tutte insieme mi hanno lasciato fortemente impressionato. Perturbato forse è l’espressione corretta, nell’accezione freudiana, come qualcosa di familiare e al contempo di estraneo.

The artist is present

Una specie di vertigine sul valore fondativo della copia, di come il concetto di copia pervada ogni opera d’arte presente e passata. Su come solo e soltanto il riferimento a qualcos’altro (a una tradizione, per usare un termine gadameriano) decreti lo status di opera d’arte.

A questo si deve aggiungere un’ulteriore nota, ovvero la presenza di moltissimi giovani cinesi, specialmente ragazze, che vestite con abiti alla moda del presente, stavano là a scattarsi delle foto. Ai loro occhi, questa era per lo meno la mia impressione di europeo novecentesco, quelle opere d’arte cessavano di essere copia di qualcosa o citazioni o provocazioni e diventavano semplici opere d’arte. La Cappella Sistina in miniatura non imitava niente, ma era semplicemente quella cosa là, altra tre metri, con muri in compensato. Forse quelle opere cessavano ai loro occhi di essere perfino opere d’arte e rimanevano solo come lo sfondo di un selfie e di una foto da condivide sui loro social network cinesi, tuttavia queste riflessioni erano davvero troppo al di là dei miei limiti. Così ho lasciato perdere e sono andato a cercare un taxi che mi riportasse verso l’incompreso centro della città, traffico permettendo.

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I GILET GIALLI, L’ECONOMIA MORALE E IL POTERE http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/i-gilet-gialli-leconomia-morale-e-il-potere/ http://www.ilmondooniente.com/sotto-la-mole/i-gilet-gialli-leconomia-morale-e-il-potere/#respond Wed, 12 Dec 2018 03:24:28 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1189 Read the postI GILET GIALLI, L’ECONOMIA MORALE E IL POTERE]]> SAMUEL HAYAT

Questo articolo è apparso sul blog Samuelhayat il 5 dicembre 2018. Ringraziamo l’autore per la gentile concessione. La traduzione è di Raffaele Nencini.

È difficile non essere colpiti dal movimento in corso. Tutto è sconcertante, persino per chi di professione faccia ricerca e insegni la scienza politica: lo sono i suoi attori e attrici, i suoi modi d’azione, le sue rivendicazioni. Alcune delle nostre credenze più solide sono messe in discussione, specialmente quelle che riguardano le condizioni di possibilità e di felicità dei movimenti sociali. Da ciò deriva la necessità, o almeno il desiderio, di esplicitare alcune riflessioni, che sono l’esito della libera comparazione tra ciò che possiamo vedere del movimento e delle conoscenze relative a materie ben diverse. Assieme alle ricerche sul movimento in corso, speriamo che la luce indiretta donata dal confronto con altri terreni potrà dirci qualcosa di differente su ciò che avviene.

La situazione

Le immagini mostrate dai media, tra cui le occupazioni delle strade avvenute durante gli eventi del primo dicembre, hanno mostrato una Parigi mai vista, né nel 1995, né nel 2006, né nel 2016, tre momenti in cui lo spazio-tempo abituale delle mobilitazioni parigine si era trovato profondamente mutato. Alcuni hanno parlato di sommosse o di situazione insurrezionale. È possibile, e tuttavia niente assomiglia a ciò che ebbe luogo durante le insurrezioni del 1830, 1832, 1848 o 1871. Tutte queste insurrezioni avevano luogo nei quartieri, mettendo in gioco delle sociabilità locali, un tessuto relazionale denso che permetteva il dispiegamento della solidarietà popolare [1]. Ma il primo dicembre, il fuoco è stato appiccato al cuore della Parigi borghese, in quel nord-ovest parigino che non era mai stato fino ad allora teatro di tali operazioni. Lungi dall’essere condotte da forze locali che erigono barricate per delimitare uno spazio di autonomia, queste sono state azioni di piccoli gruppi mobili, spesso abitanti altrove.

Come è evidente, i legami di sociabilità locale giocano un ruolo nella formazione di questi gruppi. Basta guardare fuori da Parigi per vedere la riappropriazione collettiva di un territorio, la formazione di legami duraturi… Ma il primo dicembre, questi legami di solidarietà si sono dispiegati in uno spazio di manifestazione di per sé piuttosto abituale: il luogo del potere nazionale. Siamo dunque in un registro pienamente moderno, senza offesa per coloro che parlano di jacquerie [2]: si tratta dunque di un movimento nazionale e autonomo, per riprendere le categorie chiave con cui Charles Tilly qualifica il repertorio tipico della modernità. Ma le regole delle manifestazioni, fissate da molto tempo (si situa generalmente la loro formalizzazione nel 1909 [3]), sono ignorate: niente corteo, niente responsabili legali, niente percorso negoziato, niente servizio d’ordine, niente volantini, niente striscioni, niente adesivi, ma alcune miriadi di slogan personali scritti su dei gilet gialli.

L’intera pratica di mantenimento dell’ordine pubblico ne risulta stravolta, e abbiamo potuto vedere come i professionisti della repressione, malgrado il loro numero, il loro armamento, il loro allenamento, si siano trovati sopraffatti, incapaci di assicurare persino la propria sicurezza, per non parlare dei beni e delle persone. Si può pensare che le forze dell’ordine non accetteranno a lungo di farsi maltrattare, e le violenze poliziesche, già molto numerose, rischiano di amplificarsi ulteriormente, come gli appelli all’estensione dell’uso della forza, o allo stato d’urgenza. Questo scacco alla salvaguardia dell’ordine fisico è andato di pari passo con uno scacco ancora più completo alla salvaguardia dell’ordine simbolico: un presidente in trasferta per un summit internazionale, un governo impercettibile (il prezzo da pagare per un potere personale circondato di cortigiani mediocri [4], perché nessuna ombra ne riduca lo splendore), lo pseudo-partito al potere (LREM) occupato lo stesso giorno a eleggere un nuovo delegato generale, come se niente fosse.

Con l’ordine vacillante, la città era lasciata ai manifestanti, tutto era permesso, e ciò avveniva in uno spazio che incarna il privilegio, da cui derivano le libertà prese nei confronti delle norme abituali di utilizzazione dello spazio pubblico. Non si piangeranno «i familiari delle vetrine», per riprendere l’espressione consolidata; tuttavia bisogna prendere la misura della minaccia che questa distruzione fa pesare sul potere: che il primo sabato di dicembre, i quartieri in cui si succedono alberghi e negozi di lusso sia l’oggetto di tali stravolgimenti, fino al punto di forzare la chiusura dei grandi magazzini del boulevard Haussmann, rappresenta un rischio economico significativo. Se si decentra lo sguardo dalla sola capitale, la mobilitazione è stata grande in tutto il paese e ha reso la salvaguardia dell’ordine ancora più costosa, o impossibile. Lasciar marcire la situazione fino a Natale, che doveva essere una tentazione per le autorità prima del primo dicembre, sembra ormai impossibile.

I gilet gialli all’arco di trionfo.

 

Il lavoro di mobilitazione

La sociologia dei movimenti sociali ha da tempo aperto gli occhi a chi crede nella spontaneità delle masse. Dietro a ogni movimento sociale apparentemente spontaneo si trovano delle imprese di mobilitazione, delle persone capaci di mettere un capitale militante al servizio della causa, delle risorse materiali e simboliche come delle competenze acquisite nelle lotte precedenti… Non vi sarebbe stata la rivoluzione tunisina senza Gafsa, il movimento 15-M senza Stop espulsioni e la Juventud sin Futuro, Nuit Debout senza le mobilitazioni contro la Loi travail. Stabiliremo genealogie simili anche per i gilet gialli? Forse, ma avrebbero solo un debole potere esplicativo: per poter essere interpretata come il risultato di un paziente lavoro di mobilitazione da parte di organizzazioni di movimento sociale, sia pure informale, la mobilitazione ha attecchito troppo velocemente ed è troppo velocemente passata a livello nazionale.

Se vi è un lavoro di rappresentazione del movimento, che lo fa esistere come movimento («i gilet gialli»), questo lavoro è notevolmente decentrato e passa per i molti gruppi locali, si organizza tramite le reti sociali, l’aggregazione mediatica di parole diverse e l’interpretazione che ne danno giornalisti, politici, sociologi [6]. La volontà di dare al movimento dei portavoce autorizzati a negoziare con le autorità (per il momento) è venuta meno. Molti commentatori hanno glossato sulla supposta incoerenza dei motivi e degli attori; al contrario, data la frammentazione della sua rappresentanza, l’unità del movimento è sorprendente. Unità d’azione, solidarietà, consenso apparente su una serie di rivendicazioni, anche unità di ritmo. La scelta del gilet giallo, questo abito reso obbligatorio per tutti gli automobilisti e tutte le automobiliste, e che giustamente ha come scopo principale di rendersi visibile è particolarmente felice ed è stata sicuramente una condizione materiale della diffusione così rapida di un unico simbolo. Ma la scelta di passare all’azione, e di farlo con questo vigore e questa coerenza, non potrebbe essere il semplice risultato di un emblema azzeccato, del buon uso delle rese sociali, né di un malcontento, fosse pure grande e largamente condiviso. Le parole di malcontento, collera, rabbia, sono dei paraventi che impediscono di cogliere le ragioni della mobilitazione – nel duplice senso delle cause e delle giustificazioni che essa si dà. L’intero problema allora consiste nell’individuare una lettura del movimento capace di abbracciare contemporaneamente la sua forma (il suo decentramento, la sua radicalità) e il suo contenuto (le rivendicazioni).

Le rivendicazioni, naturalmente, meritano che su di esse si spendano delle parole. Sappiamo ben poco su come sia stata prodotta, ma una lista di 42 rivendicazioni è stata diffusa e ampiamente ripresa, tanto dai gruppi che dai media [7]. Queste rivendicazioni posseggono alcuni tratti rimarcabili che sono già stati evidenziati: sono maggiormente centrate sulle condizioni di vita, ben oltre la sola questione del prezzo del carburante; contengono delle prese di posizione contro la circolazione dei migranti; propongono dei cambiamenti istituzionali che rafforzano il controllo della cittadinanza sugli eletti, di cui del resto la remunerazione dovrebbe essere agganciata al salario medio. Questa lista è stata definita un «magma di rivendicazioni eteroclite» [8]. A me sembra, al contrario, che sia profondamente coerente, e che ciò che gli dona questa coerenza sia anche ciò che ha permesso alla mobilitazione dei gilet gialli di attecchire e di durare, poiché essa si ancora a ciò che potremmo chiamare l’economia morale delle classi popolari.

L’economia morale dei gilet gialli

Il concetto di economia morale è ben noto a chi si occupa di ricerca sociale [9]. È stato sviluppato dallo storico E. P. Thompson per designare un fenomeno fondamentale nelle mobilitazioni popolari del XVIII secolo: le quali facevano appello a concezioni ampiamente condivise su ciò che dovesse essere un buon funzionamento, in senso morale, dell’economia [10]. Era come se fosse scontato che certe regole dovessero essere rispettate: il prezzo delle merci non doveva essere eccessivo in rapporto al loro costo di produzione, delle norme di reciprocità e non il mercato dovevano regolare gli scambi, eccetera. E nel momento in cui queste norme non scritte erano violate o minacciate dal montare delle logiche di mercato, il popolo si sentiva pienamente in diritto di rivoltarsi, peraltro spesso su iniziativa delle donne. Il loro movente era economico, ma non nel senso abituale: non erano mossi da interessi materiali in senso stretto, ma da rivendicazioni morali sul funzionamento dell’economia. Troviamo delle rivolte simili in Francia alla stessa epoca, e anche più tardi: i minatori della Compagnia d’Anzin, per esempio, la più grande impresa francese per buona parte del XIX secolo, scioperavano regolarmente per ricordare ai padroni le norme che secondo loro dovevano organizzare il lavoro e la sua remunerazione, spesso in riferimento a un vecchio ordine delle cose, insomma al costume [11].

La risonanza con il movimento dei gilet gialli è sconvolgente. La loro lista di rivendicazioni sociali è la formulazione di principi economici essenzialmente morali: è imperativo che i più fragili (i senza tetto, i portatori di handicap…) siano protetti, che i lavoratori siano correttamente remunerati, che la solidarietà funzioni, che i servizi pubblici siano assicurati, che gli evasori siano puniti, e che ciascuno contribuisca secondo i suoi mezzi, quello che riassume perfettamente questa formula: «che il grande paghi tanto e che il piccolo paghi poco». Questa chiamata a ciò che può sembrare del buon senso popolare non va da sé: si tratta di dire qualcosa contro la glorificazione utilitarista della politica dell’offerta e la teoria del trickle-down cara alle élites (dare più a chi ha più, ai «capifila», per attirare i capitali), l’economia reale deve essere fondata su dei principi morali. Ecco allora ciò che indubbiamente conferisce forza al movimento e garantisce il sostegno massiccio della popolazione: il fatto che esso articola, sotto forma di rivendicazioni sociali, dei principi di economia morale che il potere attuale non ha smesso di attaccare in forma esplicita, persino facendone motivo d’orgoglio. Da questo punto di vista, la coerenza del movimento si comprende meglio, proprio come il fatto che abbia potuto fare a meno di organizzazioni centralizzate: come ha potuto mostrare James Scott, il ricorso all’economia morale fa nascere una capacità d’azione collettiva, una agency, anche tra gli attori sociali privi dei capitali abitualmente necessari alla mobilitazione [12].

In effetti, l’economia morale non è solamente un insieme di norme condivise passivamente dalle classi popolari. È anche il risultato di un patto implicito con i dominanti e quindi si inserisce sempre all’interno di rapporti di potere. Già nelle classi popolari del XVIII secolo studiate da E. P. Thompson, questa economia morale aveva dei tratti profondamente paternalisti: ci si aspettava dai detentori del potere che li garantissero, in cambio del fatto che l’ordine sociale di cui profittavano fosse globalmente accettato. Ma che se i dominanti rompevano questo patto, allora le masse potessero, con la rivolta, riportarle all’ordine. È ciò che vediamo nei moti dei quattro soldi, ad Anzin, nel 1833: i minatori protestano contro le riduzioni dei salari, ma per realizzare questo obiettivo si mettono sotto la protezione dei vecchi padroni, sconfitti dai capitalisti oramai padroni dell’azienda, e cantano: «abbasso i parigini, viva Mathieu d’Anzin!». Dire che le autorità attuali abbiano rotto questo patto implicito è poco, tanto per le loro misure antisociali che per il loro disprezzo esplicito e manifesto per le classe popolari. La rivolta non viene dal nulla, da un semplice malcontento, o da una indeterminata agency popolare posta spontaneamente in movimento: essa è il risultato di una aggressione del potere, tanto più violenta sul piano simbolico che non sembra riconoscersi come aggressione. E il presidente della Repubblica, che dovrebbe rappresentare il popolo francese, è diventato l’incarnazione di questo tradimento, con le sue frasi meschine sulle «persone che non sono niente», i consigli per pagarsi una camicia o per trovare un impiego attraversando la strada. Anziché essere il protettore dell’economia morale, Emmanuel Macron non ha mai smesso di disprezzarla, con una naturalità disarmante, fino a divenire il rappresentante per eccellenza delle forze che si oppongono a questa economia morale, cioè a dire il rappresentante del capitalismo. Come ha detto durante la campagna elettorale, a proposito dell’imposta di solidarietà sulla fortuna, «non è ingiusta, perché è più efficace»: non si potrebbero illustrare meglio il disinteresse nonché il disprezzo per ogni norma, tranne quelle della finanza. È lui che ha rotto il patto, è nei suoi confronti che si solleva il baccano che sconquassa la nazione in questo momento, e di cui si può pensare che avrà fine con una repressione sanguinosa o con le sue dimissioni.

Un momento della manifestazione del primo dicembre.

 

L’economia morale e l’emancipazione

Se non possiamo desiderare altro che il secondo termine dell’alternativa, tuttavia non bisogna sopravvalutare le conseguenze che un tale evento comporterebbe. Le rivolte fondate sull’economia morale non si trasformano necessariamente in movimento rivoluzionario, poiché basta che il patto sia restaurato perché la rivolta si spenga. In questo, se l’economia morale rivela la capacità collettiva del popolo e l’esistenza di un margine di autonomia reale nei confronti dei governanti, è in quanto tale conservatrice. Con la sua attivazione, essa stravolge temporaneamente il funzionamento abituale delle istituzioni, ma ciò a cui guarda è prima di tutto un ritorno all’ordine, non una trasformazione rivoluzionaria. Talvolta vi è qualcosa di difficile da intendere e da formulare: un movimento non è emancipatore per il fatto di essere autenticamente popolare e ancorato nelle credenze più diffuse tra la grande maggioranza della popolazione. Per riprendere le categorie di Claude Grignon e Jean-Claude Passeron, credere che un popolo non possa agire in autonomia, che sia sempre sottomesso alla dominazione simbolica, significa fare prova di legittimismo e miserabilismo [13]. Il movimento dei gilet gialli, con la sua forza, la sua spontaneità, la sua coerenza, la sua inventiva, offre una smentita flagrante e benvenuta agli approcci di questo tipo. Ciononostante, non bisognerebbe cadere nell’eccesso opposto, che questi autori qualificano come populismo, immaginando che dal momento che un movimento è popolare ciò significhi che sia dalla parte del vero, dell’autentico, del bene. Esso non è il segno di una rivoluzione, quanto di un sussulto, dinnanzi a palese sfacelo delle istituzioni del governo rappresentativo.

Tutto ciò ha un costo con cui bisogna fare i conti: i movimenti fondati sull’economia morale si inseriscono nel quadro di un richiamo a un costume, la sottomissione a un ordine giusto, ma anche nel quadro di una comunità. L’economia morale è conservatrice non solo perché richiama delle norme senza tempo, ma anche perché lega tra sé delle persone definite in quanto membri di una comunità di appartenenza. Perciò, le sue potenzialità d’esclusione non sono delle scorie di cui sia facile sbarazzarsi: viceversa, sono al cuore del movimento. Per portare solo l’esempio più flagrante, le rivendicazioni contro la libera circolazione dei migranti, per l’espulsione degli stranieri, e ancor più per l’integrazione di coloro che non appartengono alla nazione («Vivere in Francia implica divenire francesi – corso di lingua francese, corso di storia della Francia e corso di educazione civica con un certificato alla fine del percorso»), tutto ciò è indissociabile dal movimento, poiche è la conseguenza logica del dispiegamento di una economia morale innanzitutto comunitaria, anche se essa può essere elaborata dal movimento in direzioni differenti. L’economia morale è la proclamazione delle norme di una comunità, non concepisce la logica dell’uguaglianza dei diritti con gli stranieri, non più di quanto riconosca i conflitti interni, soprattuto ideologici. Questo ultimo punto chiarisce ulteriormente il rifiuto proclamato dei partiti: si tratta certamente di una contestazione del potere dei rappresentanti a profitto di una riappropriazione popolare della politica. Ma è anche il rifiuto del carattere partigiano della democrazia, dell’opposizione tra progetti politici, a vantaggio di un’unità che sappiamo bene che può agilmente trasformarsi in un «assembramento carico di odio radunato attorno alla passione dell’uno che esclude» [14].

La digressione su questo parallelo storico con delle epoche passate potrebbe sembrare poco convincente per cogliere la situazione nella sua eccezionalità. Probabilmente non si tratta d’altro che di un gioco mentale, ma altrettanto probabilmente è rivelatore di alcune caratteristiche fondamentali del movimento in corso: la sua inverosimile unità, il suo ancoraggio popolare, il suo carattere di rivolta, ma anche i suoi reali aspetti conservatori, anti-pluralisti ed escludenti. Forse indica anche che siamo all’inizio di una nuova storia, che le condizioni di una ripoliticizzazione dello spazio sociale si collocano là, al di fuori del quadro dei vecchi partiti e delle vecchie forme della politica istituzionale. Ad Anzin i minatori non hanno proseguito gli scioperi facendo affidamento su una economia morale. A contatto delle prime forze socialiste e sindacali della regione, si sono appropriati delle loro idee e delle loro forme, fino a diventare uno dei focolai da cui è nato l’anarco-sindacalismo. Alcuni comitati locali dei gilet gialli, lungi di attenersi a una protesta in nome dell’economia morale, invocano la formazione di comitati popolari e della democrazia diretta, cioè di una emancipazione politica radicale [15]. Non c’è niente di garantito, ma lo spazio è aperto.

[1] Laurent Clavier, Louis Hincker et Jacques Rougerie, « Juin 1848. L’insurrection », in 1848 : actes du colloque international du cent cinquantenaire, tenu à l’Assemblée nationale à Paris, les 23-25 février 1998, Jean-Luc Mayaud (dir), Paris, Creaphis, 2002, p. 123‑140 ; Maurizio Gribaudi, Paris ville ouvrière: une histoire occultée (1789-1848), Paris, La Découverte, 2014 ; Michèle Riot-Sarcey, Le procès de la liberté: une histoire souterraine du XIXe siècle en France, Paris, La Découverte, 2016. Grazie a Célia Keren per la sua rilettura.
[2] Gérard Noiriel mostra bene la posta in gioco di una tale qualifica: https://noiriel.wordpress.com/2018/11/21/les-gilets-jaunes-et-les-lecons-de-lhistoire
[3] Samuel Hayat, « La République, la rue et l’urne », Pouvoirs, vol. 116, 2006, p. 31‑44
[4] Abbiamo sentito Agnès Buzyn assicurare il primo dicembre che « noi agiamo ogni giorno per far sparire la collera e la paura » o Benjamin Griveaux l’indomani che «non cambieremo strada perché la strada è quella giusta».
[5] https://www.lemonde.fr/economie/article/2018/12/02/gilets-jaunes-nouveau-coup-dur-pour-le-commerce-et-le-tourisme_5391675_3234.html
[6] https://noiriel.wordpress.com/2018/11/21/les-gilets-jaunes-et-les-lecons-de-lhistoire/
[7] Per esempio: https://www.francebleu.fr/infos/societe/document-la-liste-des-revendications-des-gilets-jaunes-1543486527
[8] https://www.liberation.fr/france/2018/12/04/les-gilets-jaunes-un-magma-de-revendications-heteroclite_1695802
[9] Il tema è già stato affrontato da numerosi studiosi dei movimenti, tra cui Léo Labarre (https://lvsl.fr/le-17-novembre-au-dela-des-gilets-jaunes) e lo storico Xavier Vigna (http://www.leparisien.fr/economie/gilets-jaunes-ils-inventent-leurs-propres-codes-estime-un-historien-26-11-2018-7954086.php) .
[10] Edward Palmer Thompson, « The Moral Economy of the English Crowd in the Eighteenth Century », Past & Present, n°50, 1971, p. 76‑136
[11] Samuel Hayat, « Une politique en mode mineur. Ordre patronal et ordre communautaire dans les mines du Nord au XIXe siècle », Politix, n°120, 2017
[12] James C. Scott, The Moral Economy of the Peasant Rebellion & Subsistence in Southeast Asia, New Haven, Yale University Press, 1977
[13] Claude Grignon et Jean-Claude Passeron, Le savant et le populaire misérabilisme et populisme en sociologie et en littérature, Paris, Gallimard Le Seuil, 1989
[14] Jacques Rancière, Aux bords du politique, Paris, Folio, 2004
[15] https://manif-est.info/L-appel-des-gilets-jaunes-de-Commercy-853.html

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IL FASCISMO DEL FASCISMO DEGLI ANTIFASCISTI http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/il-fascismo-del-fascismo-degli-antifascisti/ http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/il-fascismo-del-fascismo-degli-antifascisti/#respond Thu, 29 Nov 2018 14:36:54 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1175 Read the postIL FASCISMO DEL FASCISMO DEGLI ANTIFASCISTI]]> RAFFAELE NENCINI

Pier Paolo Pasolini, Il fascismo degli antifascisti, Garzanti, 2018, pp. 96, € 4,90.

Tra le narrazioni tossiche del tempo in cui viviamo, siamo oramai costretti ad annoverare anche una vasta gamma di tentativi di strumentalizzazione di pensatori comunisti da parte di una destra, locale e globale, la cui capacità di generare senso comune sembra pari solo alla rozzezza di certi moti. Puntualmente, autori come Gramsci, lo stesso Marx, e sempre più spesso Pasolini sono usati a scopi propagandistici per sostenere tesi apertamente contrarie al loro lavoro teorico e politico: con Gramsci ci provano fin dai tempi di Alain de Benoist, mentre chi invitava i lavoratori di tutto il mondo a unirsi solo da poco tempo è diventato il teorico dell’etnicizzato esercito industriale di riserva. Per quanto riguarda Pasolini, in barba a tutto ciò che Pasolini è stato in vita e al modo in cui è morto, il tentativo di appropriazione è allo stesso tempo tanto paradossale eppure tanto preoccupante da aver reso necessarie molte risposte. Una delle più esaustive è quella di Wu Ming 1 per Giap. Si trova qui.

In generale, i tentativi di piegare al proprio immaginario personaggi che hanno legato il loro nome alle lotte degli oppressi sono, oltre che numerosi, strategici nel discorso dei sovranisti.

Persino il nome di Thomas Sankhara è stato citato da Diego Fusaro contro il turboblablabla talassocratico. E infatti non sto dicendo niente di nuovo. Usando la categoria di Jesi, si potrebbe affermare che sia all’opera una «macchina mitologica» talmente potente da assimilare alle sue ‘idee senza parole’ i dispositivi concettuali più distanti. C’è da dire che l’avanzata di questi discorsi verso il centro dello spazio pubblico ha avuto anche le sue ricadute editoriali: come noto, Einaudi e Feltrinelli, gli editori storici della sinistra italiana, già da tempo si sono recati a Canossa da un celeberrimo filosofo youtuber, capace di garantire, al prezzo di alcuni probabili momenti di imbarazzo negli uffici stampa, volumi di vendite altrimenti difficoltosi.

Tuttavia, a me pare che con questa pubblicazione, Garzanti – che poi è l’editore di Petrolio, degli Scritti corsari, e delle Ceneri di Gramsci – si lasci alle spalle la concorrenza involandosi verso le vette dell’infamia: a dispetto della quarta di copertina, gli interventi che compongono il volume, per come sono presentati, non mantengono affatto intatta «la loro forza critica», perché totalmente decontestualizzati. Caso piuttosto singolare, nel volume compaiono due interviste, del 1974: la seconda fu realizzata per L’Europeo, da Massimo Fini, ma le domande non sono riprodotte. Tranne uno, gli altri testi provengono, per l’appunto, dagli Scritti corsari, e anche a leggerli isolati si può cogliere quale fosse la posta in gioco per Pasolini, quale il senso dei suoi ragionamenti, quali rischi egli paventasse. Il fatto è però che, isolando alcuni brani, si può indurre il pubblico a pensare che posta in gioco, senso, e rischi paventati fossero altri, o addirittura opposti. Perché Pasolini era un poeta e, come notava Wu Ming 1, il suo contesto narrativo «è un campo di tensioni, un vasto reticolo di corde tese all’estremo, a collegare vari temi, concetti, momenti». E tuttavia, come lo stesso commentatore notava, nella sua opera vi sono punti fermi non negoziabili. È proprio quello il momento dell’infamia per Garzanti: aver messo in piedi un’operazione ambigua, ammiccante a coloro i quali vorrebbero farci pensare che quei nodi non esistano.

Per carità: se di questo dobbiamo parlare, la risposta è ancora in quella Verifica dei poteri cui ci inchiodava cinquant’anni fa Fortini. E, anzi, è fin troppo chiaro, sotto questi aspetti, come l’elemento più mortifero della faccenda consista nel fatto che chi volesse realmente parlar d’infamia per questo caso di Garzanti come per mille altri (che quotidianamente fingiamo d’ignorare) dimostrerebbe soltanto di non aver capito quanto certe scelte siano prescritte nelle regole del gioco. Purtroppo, invece, non siamo incapaci di fare le moltiplicazioni, e sentiamo dire da troppo tempo quanto sia difficile smerciare libri; a maggior ragione per un marchio di un grande gruppo editoriale, obbligato dalle esigenze di scala a investire su operazioni dal ritorno garantito. O, almeno, questo è quello che vorrebbe farci credere la retorica della piccola editoria indipendente, che, libera dal ricatto distributivo, può coltivare un progetto culturale.

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L’ARTE PERFORMATIVA DI ANARCOLEPSY http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/larte-performativa-di-anarcolepsy-aka-nencini-dorme/ http://www.ilmondooniente.com/speculazione-edilizia/larte-performativa-di-anarcolepsy-aka-nencini-dorme/#respond Wed, 21 Nov 2018 11:53:13 +0000 http://www.ilmondooniente.com/?p=1158 Read the postL’ARTE PERFORMATIVA DI ANARCOLEPSY]]> FERRUCCIO MAZZANTI

Grazie al sonno l’io-artista può essere chi vuole o è piuttosto l’impenetrabile costellazione dell’io-dormiente, il corpo con cui siamo nati e lo sguardo degli altri sono ciò che permette di determinare chi sono e chi posso essere nel sonno. Soprattutto quali sono i ruoli a disposizione, e quali luoghi rappresentano quei sonni, che cosa permettono i rispettivi codici di comportamento nell’intreccio di aspettative, dovere, caparbietà, narcisismo e molto altro una volta varcata la soglia del dormiveglia, una soglia che va in entrambe le direzioni, verso il giorno ma anche verso la notte.
Nencini dorme una volta ha affermato: “Ogni opera è autobiografica”. La sua non era una dichiarazione sul proprio lavoro – egli non dice infatti ogni mia opera è autobiografica, perché la sua enunciazione è in realtà il riconoscimento che un’opera artistica è il lavoro in cui la vita dell’artista – la sua contigenza biografica, storica e di sentire – diviene oggetto di un’operazione di messa in forma che la offre in condivisione a tutti. L’opera di Nencini dorme è allora tutta intera un autoritratto, mai però come mera rappresentazione di sembianze identitarie, bensì come mosaico di luoghi dove dormire, è una manifestazione delle tracce dei propri sogni, dei frammenti che, reagendo tra loro come in un composto chimico esplosivo, fanno piuttosto apparire un sé addormentato sotto forma di resistenza culturale e di energia, sotto forma di danza immobile e di tremore roncologico.
Sin dai suoi primi lavori in cui dorme, il corpo, il nome o il russare di Nencini dorme non sono una cosa da rappresentare, bensì da esercitare nell’incontro imprevedibile con un’alterità. Ancora studente universitario, realizza il suo primo sonno performativo: la fotografia “Caduta degli dei” del 2001 lo ritrae su un divano, ma senza riprenderlo direttamente, bensì tramite il riflesso di uno specchio, dentro allo specchio, così da rinviare l’immagine del suo poter dormire in una mera potenzialità psichica. Il giorno in cui ottiene la laurea, l’artista scribacchia con una penna nera su un foglio volante (taluni dicono su uno scontrino della spesa) l’annuncio di una nuova performance perdurativa e romantica, che diventerà il capolavoro di “Dolce la Luna che troneggia”. Assistiamo finalmente al sorgere di un’identità ibrida che non rinvia ad alcuna stereotipia o connotazione culturale precedentemente manifestatasi nel panorama artistico contemporaneo.
Dopo quella performance Nencini dorme dichiarerà: “non è questione di rappresentazione, ma di attrito e di energia”. Si tratta di un tremblement, ovvero di un tremito estetico pensato come capacità di improvvisare tattiche ibride di addormentamento, laddove i vecchi codici non sono più possibili o validi. Il tremore può allora prendere in carico un’idea altra di dormienza, dato che può cogliere la fragilità e l’energia di una non-stabilizzazione identitaria: il soggetto, in preda agli spasmi del sonno, non potrà dire “io”, come sosteneva Jacques Derrida, ma iscriverà la propria non codificabile soggettività nelle manifestazioni sintomali del corpo, nei tremori di una voce sbiascicata che si afferma come movimento della coscienza tramite la soglia del dormiveglia, senza organizzarsi o scindersi in parola. Invece di controllare i propri movimenti, l’io-artista-dormiente è in preda a forze che lo trascendono, ma al contempo è capace di captare e trasformare quelle energie in tracce e forme. In tutte le sue performance questa perdita di controllo è letterale: in “Il gigante di Goya” Nencini sta disteso nudo su un telo bianco, con penne legate agli arti. I movimenti involontari del sonno tracciano dei segni sul telo, che vanno a descrivere la forma onirica ma reale dell’incubo del gigante antropofago di Goya.
Altrove l’incontro con l’imprevedibile oniricità assume la forma della forza animale, o dell’enigmatica reazione alchemica, come nell’inimitabile “Amare è lottare fino all’accettazione”: su un marciapiede del dodicesimo arrondissement di Parigi un branco di suoi amici bobo beve ridendo tra le macchine in sosta, giusto accanto alle finestre e ai portoni delle case parigine. L’artista dorme seduto sotto la luce di un lampione, le gambe teneramente intrecciate tra loro, la testa reclinata verso il petto, a stento visibile nella mano sinistra una fiaschetta d’argento. Il suo corpo si trasforma in una condesazione di potenze: una potenza fisica imprevedibile pronta a esplodere in ogni momento, capace di mimare un’immagine del mondo e, quindi, dell’artista, attraverso un’erosione dell’io tramite la performance del sonno. Tutto l’impianto scenico è convocato per essere esposto alla propria autocombustione metaforica.

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